“Ma io no. Io finché non sono stremato (ineconomico come sono) non disarmo”.

Parole di Pier Paolo Pasolini, prese in prestito da “L’odore dell’India”. E catapultate all’interno della copertina di “Ascendente”. Una dichiarazione di intenti. Come a dire: resistere, resistere, resistere.

Per La Metralli è il quarto album in otto anni. Un cammino inquieto il loro, aperto ai cambiamenti, coerente con una visione dell’arte e della vita come crescita continua, come evoluzione. Con alcuni punti fermi. Il titolo del disco è un richiamo alla luce, a quell’ascensione che sconfigge (o tenta di farlo…) la notte dei nostri tempi bui: un ritorno al chiarore del giorno, contrapposto a quell’oscurità (oscurantismo?) che ci avvolge. E ci spaventa. Quasi logico aprire con una dedica a Mimmo Lucano (“Il sindaco”): “Lui che sognava un mondo con occhi da visionario: la chiamavano nuova civiltà, nera, bianca umanità”. La fierezza di dichiararsi buonisti. Di schierarsi. Contro la vergogna del fascismo (“Nero”), ricordando che il femminismo può essere una delle chiavi per rimettere in discussione l’organizzazione sociale (“Manifesta”). Prese di posizione lucide, anche quando le storie da raccontare non godono di un richiamo universale (“01.52 a.m.” canta della figlia di uno del componente della band appena accolta dalla vita) e preferiscono scendere tra le pieghe di un malcelato intimismo: un compito necessario, almeno fino a quando si potrà “sollevare tra le righe lembi di stupore”.

“Ascendente” è un disco ungente, realizzato in poche settimane. Rinunciando a pre e post produzioni. Lavoro duro in sala di registrazione, senza simulazioni al computer. Con un obiettivo: tirare fuori un suono di matrice elettronica usando strumenti acustici. Per ridurre al minimo la freddezza (o presunta tale) di synth e campionamenti o, forse, per assaporare il gusto di sperimentare, di mettersi in discussione. Una sfida, ecco. Vinta a mani basse. Grazie a canzoni avvolgenti, morbide, visionarie, a volte cupe, dall’incedere quasi ipnotico, divise tra attrazioni pop e richiami di ispirazione jazz (“Oceano madre”), inserite tra arabeschi dipinti da arpeggi acustici inquietanti, quasi densi, archi eleganti e malinconici, ben padroneggiati dall’intensità della voce di Meike Clarelli.Se “Elegiaca” sa tanto di Radiohead e “Quiete” potrebbe piacere a Antony Hegart, “Riportami qui”, forte dei suoi legami con l’avanguardia, viaggia su altri binari, così come il rifacimento di “Son la mondina, son la sfruttata”, cantata assieme al coro delle Chemens des Femmes, che finisce per virare verso un afro-beat a trazione funk. A conferma di come La Metralli preferisca camminare armata di una massiccia dose di inquietudine.